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1881-1966
MADRE E FIGLIA
cm. 91x71
firmato e datato C.Carrà 939
olio su tela
PROVENANCE
Collezione Inès Carrà, Milano
Collezione Luigi Schiatti, Milano
EXHIBITED
Venezia, XXII Biennale Internazionale d'Arte, 1940, pag. 131, n. 2
Milano, Pinacoteca di Brera, Mostra di Carrà, 1942, pag. 14, n. 113
Venezia, XXV Biennale Internazionale d'Arte, 1950, pag. 22
Milano, Palazzo Reale, Carlo Carrà, 1962, tav. 86, illustrato
LITERATURE
G. Pacchioni, Carlo Carrà, Milano 1945, tav. 68, illustrato a colori
G. Pacchioni, Carlo Carrà pittore, Milano 1959, tav. XXIV, illustrato
P. Bigongiari, M. Carrà, Carrà, dal futurismo alla metafisica e al realismo magico 1910-1930, Milano 1970, pag. 103, n. 309, illustrato
M. Carrà, Carrà. Tutta l'opera pittorica, Milano 1986, vol. II, pag. 329, n. 24/39, illustrato a colori
A. Monferini, Carlo Carrà 1881-1966, Milano 1994, pag. 366, illustrato
NOTE
"La forma che più vi piace è quella che punge e solletica, con un sapore acre e piccante, aspro e acido; ma l'arte vera, quella che non passa di moda, è più elevata e, per il contrario, nulla ha di acuto e di mordente". Carlo Carrà
1939, la guerra sola igiene del mondo, invocata e glorificata dai Futuristi, è alle spalle. Il suo arrivo ha spazzato via le avanguardie estetiche, ha interrotto il dialogo tra gli artisti e con esso la rapida rielaborazione di idee in Europa. La sua fine lascia uomini ed artisti reduci, isolati, mai così consapevoli del dramma e della realtà umana. Arte e società, tanto profondamente segnate, si aggrappano - nella ricostruzione - alla chiarezza razionale. L'uomo moderno, nell'insicurezza del dramma, torna dichiaratamente alle sue radici rielaborando attraverso la nuova sensibilità le lezioni di Trecento e Quattrocento. Tra le due guerre, la pressante esigenza di ritorno all'ordine è tradotta nella corrente Purista che riproduce la realtà in volumi geometrici chiari, immediatamente percepibili dalla ragione. Chiarezza razionale; solidità della forma; precisione del segno e nettezza del colore; queste le esigenze verso le quali si orienterà la nuova corrente.
Carrà arriva a Madre e figlia dopo un ventennio di meditazione e studi su Giotto e Paolo Uccello. Ispirandosi alle loro esperienze trae un'arte monumentale, sintetica e ideale. Supera l'imitazione del soggetto, imponendo una realtà trasfigurata attraverso la lente della stilizzazione e l'ordine della ragione umana. In una pittura che non è copia dal vero, bensì rielaborazione in studio, Carrà ferma l'attimo transitorio eternandolo e trae elementi dal vero, riconducendoli alla loro essenza, riuscendo a superarne la superficie epidermica per mezzo del filtro razionale.
"Carlo Carrà non ha soltanto avuto per l'Italia una grande importanza dottrinale, ma è divenuto anche esponente di una esigenza morale, perché riuscì a fondere le concezioni costruttive del pensiero francese moderno con i grandi valori tradizionali dell'arte italiana, con le solide definizioni delle cose che gli antichi maestri avevano dato. Nessuno ha compreso come Carrà l'intima poetica di Masaccio, la cui segreta forza irradiante ha turbato tanti artisti moderni, fino a Henry Moore. Carrà toglie alla forma di Masaccio tutto ciò che è aneddotico, torna a semplificarla nel senso dell'arcaico, fino alle forme fondamentali di Giotto, da cui lo stesso Masaccio era partito. Mentre la pittura 'metafìsica' non era ancora completamente libera da 'invenzioni' poetiche e formali, negli anni che seguirono il 1920 Carrà sviluppa la forma completamente dall'oggetto, con l'aiuto delle solenni astrazioni formali degli antichi fiorentini. Nella propria personalità umana è qualcosa della severa gravità e dell'arcaico candore che costituiscono la 'primitiva' grandezza di quelli. Così tutta l'arte di Carrà vive del desiderio di definire a se stessa, mediante una arcaica semplificazione, la grandezza essenziale delle cose. Ogni oggetto è ricondotto alla sua forma tipica e spogliato dei suoi elementi aneddotici. [...] le figure, nella rigorosa semplificazione dei loro corpi, hanno qualcosa della stirpe degli dei arcaici. [...] Tutta la bellezza delle cose si raccoglie nel disegno più semplice della loro forma, e ne emerge come un'altra, un 'seconda realtà'. E questa è 'immagine' del mondo delle cose, una specie di arcaico simbolo della loro esistenza naturale. La concreta, rappresentativa, formale definizione delle cose di Carrà è la sua realizzazione più decisiva; qui è il punto in cui lo spirito latino si distingue dallo spirito nordico. L'arte di Carrà non appartiene assolutamente all'arte dell'espressione. La forma è così chiusa che non si può aggiungerle più nulla. Essa eterna le cose della natura mediante la determinazione formale, che si compie al di fuori del sentimento. Per questo regna nei quadri di Carrà un così grande senso di pace. In molti di questi quadri l'Italia arcaica e paesana è veramente risorta nella sua antica solennità e nella sua melanconica grandezza".
(cit. in Werner Haftmann, Storia della Pittura del XX Secolo, 1955)
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