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Notes: Eseguito nel 1979Opera registrata presso l'Archivio Alighiero Boetti, Roma, con il n. 5635
"Dai lavori 'geografici' di Boetti si traggono gli stessi concetti che si potevano trarre dai lavori sul tempo. Le bellezza della geografia sta nei confini, nelle forme dei territori, nella creatività della toponomastica e nei colori delle bandiere. Opere singolari e collettive in cui la natura entra in parte, se la pazzia e le guerre degli uomini glielo consentono." (G.B. Salerno, Arte della copia e misteri della riproduzione, in Alighiero Boetti 1965-1994, Milano 1996, pag. 48).
Dopo l'invasione russa in Afghanistan l'artista fu costretto a rinunciare ai suoi frequenti soggiorni a Kabul, sua seconda patria. Era a Kabul che fin dai primi anni Settanta egli faceva eseguire il suo lavoro da ricamatori e ricamatrici e con l'invasione russa furono i profughi afghani dei campi in Pakistan ad eseguirli. "Quel che la biro rappresenta (rappresentava) per un occidentale, per un afgano è il ricamo, che come una memoria sovraindividuale reca in sé parti della biografia collettiva" (J.C. Ammann, Dare tempo al tempo, in Alighiero Boetti 1965-1994, Milano 1996, pag. 18). Per Boetti il planisfero racchiudeva "...l'immagine per eccellenza dell'ordine e del disordine, del caso e della necessità" (J.C. Amman, op. cit., pag. 18), nonché il massimo della bellezza, come sosteneva egli stesso: "Per quel lavoro io non ho fatto niente, non ho scelto niente, nel senso che: il mondo è fatto com'è e non l'ho disegnato io, le bandiere sono quelle che sono e non le ho disegnate io, insomma non ho fatto niente assolutamente; quando emerge l'idea base, il concetto, tutto il resto non è da scegliere." (A. Boetti, in Antologia degli scritti di Alighiero Boetti, a cura di M. Mininni, in Alighiero Boetti 1965-1994, Milano 1996, pag. 199)