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Notes: La tela sviluppa nel formato orizzontale, notevole per singolare imponenza, il tema biblico della costruzione dell'arca (Genesi, 6, 14-22). Adirato per la malvagità degli uomini, Dio decise di punirli inondando con il diluvio le terre emerse. Fu misericordioso solo con Noè, che viveva rettamente, e la sua famiglia. Ordinò al patriarca che in quel tempo aveva seicento anni, di costruire un'arca e gli diede istruzioni sulla sua dimensione: lunga 165 metri, larga 27,5 metri e alta 16,5 metri. Nel dipinto dei Bassano, offerto nel lotto, i figli vengono raffigurati intenti a segare il legname per la sua costruzione. Noè fece "tutto quello che Dio gli comandò". Così sette giorni prima che iniziasse la pioggia, Dio ordinò a Noè di andare nell'arca con tutta la sua famiglia e gli animali. La composizione appartiene alla serie delle quattro tele dedicate alla storia di Noè: la 'Costruzione dell'arca', l''Entrata degli animali', il 'Diluvio universale' ed il 'Sacrificio di Noè'. Della prima versione delle storie di Noè si conserva solo il frammento raffigurante il 'Sacrificio di Noè' (Walker Art Gallery, Liverpool). La serie completa delle storie di Noè è nota nella sua versione più tarda, conservata a Kromeriz, in Boemia, documentata nella collezione asburgica dell'imperatore Leopoldo I a partire da 1667. I dipinti boemi sono stati pubblicati per la prima volta da Arslan nella monografia di Bassano del 1960 (E. Aslan, I Bassano, Milano 1960, I, 146-47 e 169), che li datava intorno al 1574. Frutto della collaborazione di Jacopo e Francesco, secondo Pallucchini e Ballarin (cfr. R. Pallucchini, Bassano, Bologna 1982, p. 50; A. Ballarin, Jacopo Bassano: S. Pietro risana lo storpio, in Pittori Padani e Toscani tra Quattro e Cinquecento, catalogo della mostra, Antichi Maestri Pittori, Vicenza 1988, p. 10), la serie di Kromeriz, per Rearick, manifesta, oltre alla mano di Jacopo, l'apporto di Leandro (cfr. W. R. Rearick, in Jacopo Bassano c. 1510-1592, a cura di B. L. Brown e P. Marini, catalogo della mostra, Bassano del Grappa-Kimbell Art Museum, Forth Worth, Texas, 1993, cat. n. 63-66, p. 414 s.). Dell'episodio del ciclo di Noè, rappresentato nel dipinto offerto nel lotto, è conosciuta una replica (già Mildmay collection, Londra), dipinta da Francesco con l'apporto di Jacopo sulla base di un originale interamente eseguito dal maestro e considerato perduto, anche se non è affatto da escludere che quest'ultimo possa identificarsi ipoteticamente con l'opera in esame (per la replica, cfr. W. R. Rearick, in Jacopo Bassano c. 1510-1592, a cura di B. L. Brown e P. Marini, catalogo della mostra, Bassano del Grappa-Kimbell Art Museum, Forth Worth, Texas 1993, cat. n. 63, p. 414). La replica londinese della 'Costruzione dell'arca' è del tutto affine all'esemplare di Kromeriz, che pur recando la firma di Jacopo Bassano non è da considerarsi del tutto autografo (ca. 1578-79, Arcibisk. Zámek a Zahraóy, Kromeriz, cm 133 x 187). Per Rearick, oltre alla mano del maestro, si distingue l'apporto di Leandro che si concentra nella vivace gamma cromatica, nel preziosismo dei tessuti, nell'attenzione ai dettagli minuti con cui sono realizzate le suppellettili; tutti aspetti tipici della sua produzione, secondo quanto nota lo studioso. Della composizione della 'Costruzione dell'arca' è nota, tra le altre, una versione di un seguace di Francesco Bassano riferita all'ultimo decennio del Cinquecento (Vienna, Kunsthistorisches Museum, olio su tela, cm 125,5 x 183). Il raffronto più efficace con altre opere di Jacopo sembra essere quello con la 'Pastorale', nota come 'Il cavallo bianco', dipinto intorno al 1568 (Budapest, Museo di Belle Arti). Il dipinto offerto nel lotto mostra una somiglianza ancora più stringente nei particolari dell'asino e del cavallo bianco, di raro impatto formale, con quelli presenti nel dipinto ungherese, in una foto prima del restauro, pubblicata nel monumentale studio di Alessandro Ballarin, in cui la patina del tempo attutisce la vivacità cromatica, in seguito rimossa dall'intervento di pulitura (cfr. A. Ballarin, Jacopo Bassano, prima parte: 1531-1568, tomo II, Padova 1996, fig. 990). Mentre il cane pezzato a pelo lungo verso il margine destro rimanda con alcune varianti a quello che figura nella 'Parabola del seminatore', di Jacopo (circa 1566-67) a Springfield, Massachusetts, Museum of Fine Arts. La lezione di Jacopo, palese nella composizione, si arricchisce di brani di natura morta, che occupano la scena come in un palcoscenico, animando il racconto biblico con elementi tratti dalla vita domestica ed agreste. Non a caso il patriarca resta confinato in secondo piano, come ad esempio nella composizione del 'Sacrificio di Noè', impaginata analogamente (cfr. la versione a Potsdam, Stiftung Schloesser und Gaerten Potsdam-Sanssouci, cm 100 x 168; e quella a Kromeriz, cm 134 x 179, Jacopo Bassano c. 1510-1592, op. cit., cat. n. 49, p. 382-384; e cat. n. 66, pp. 420-421). Campeggiano in primo piano bacili di rame, strumenti di lavoro, disposti in apparente disordine attorno ad uno dei figli di Noè con copricapo a mo' di turbante intento a piallare un'asse di legno, mentre l'asino, tenuto a freno dalla giovane donna, aspetta pazientemente di caricare la soma. Anche l'uomo ripreso di spalle al centro è costruito con spessi strati di colore - tra cui spiccano i bianchi e lacche della camicia - e sembra dipinto con maggiore maestria rispetto a quello che figura nell'esemplare boemo. Caratteristiche pittoriche di Leandro sono i colori accesi ed il sottile strato di colore che egli, pur attingendo al vasto repertorio di Jacopo, rende proprio con la tipica lumeggiatura che anima di riflessi le suppellettili. Il paesaggio montuoso che si staglia in lontananza, è affine per il profilo della montagna e le sue tinte azzurre contro il giallo del cielo con quello della 'Parabola del seminatore' a Madrid, Funcación Colección Thyssen-Bornemisza (Ballarin, Jacopo Bassano, op. cit., tomo III, fig. 380, part.). Di ascendenza belliniana, il paesaggio all'orizzonte è notevole prova di come i Bassano seppero coniugare felicemente la tradizione narrativa dei teleri veneziani del Cinquecento, quelli dei Bellini e di Vittore Carpaccio, con il realismo della scuola lombarda dei Campi, secondo uno stile nuovo e moderno, con cui si dipingono piccole cose concrete e grandi storie.