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Literature: F. Arisi, Gian Paolo Panini e i fasti della Roma del '700, Roma 1986, p. 409, cat. no. 357 (op. cit.).
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Notes: Formatosi a Piacenza, città in cui matura l'esperienza nella veduta prospettica, influenzato certamente dal Bibiena, nel 1711 il giovane Panini si trasferisce a Roma e qui, nel giro di pochi anni, acquista stima e credito presso la comunità artistica, tanto da entrare a far parte dell'Accademia di S. Luca prima (tra 1718 e 1719) e dell'Accademia di Francia poi (nel 1732). Opera esclusivamente nella capitale, dove è attivo, oltreché come pittore di quadri da cavalletto, anche come decoratore. La fama del pittore è però tutta legata alla produzione di quadri di veduta, anche perché scarse sono le testimonianze pervenuteci dei suoi cicli decorativi ad affresco.
Tra le vedute di Panini spiccano sicuramente quelle "ideate": il pittore sembra prediligere infatti un tipo di veduta fantastica che ritrae un mondo ideale e immaginario, intriso di cultura classica che di lì a poco sarebbe stata ripresa e approfondita grazie alla scoperta delle preziose testimonianze di Ercolano e Pompei. Tale favore verso l'ideale, unito al gusto per la prospettiva e la pittura di paese, ha rivelato i contatti del pittore con l'Arcadia, in cui infatti fu accolto nel 1743.
L'opera che proponiamo rientra nel filone dei dipinti impostati sull'invenzione di scenari, scanditi in profondità da monumenti e rovine antiche: sicuramente anche una lezione di archeologia che documenta il fervore di studi intorno al glorioso passato imperiale di Roma, ancor prima dell'arrivo di Winckelmann. La scena inquadra, partendo da sinistra, lo scorcio del tempio di Adriano, il Colosseo, la basilica di Massenzio e il tempio della Fortuna Virile all'estrema destra. Al centro si distinguono l'obelisco egiziano (oggi in Piazza del Popolo) e il sarcofago di Costanza, figlia di Costantino (conservato nei musei vaticani).
I rilievi dei capitelli, come la scanalatura delle colonne, i fregi, le metope, i geroglifici dell'obelisco e i bassorilievi del sarcofago, sono individuati ed evidenziati con precisione e assoluta fedeltà. E' una scrittura che, pur nell'analiticità che la contraddistingue, non perde mai in scioltezza e in naturalezza. Le vedute ideate, probabilmente eseguite in studio a memoria, data la consuetudine con le scene rappresentate, non sono fredde prospettive razionali, ma vibrano di colore, catturano atmosfera.
Tra le rovine di colonne e capitelli fanno capolino i personaggi e le figure che contribuiscono all'animazione dei paesaggi. Le macchiette senza storia costituiscono vivaci tocchi di ocra, rosso e blu nella composizione impostata sui toni del marrone. Il segno, a punta di pennello, definisce con prontezza e facilità le pose e i gesti, come l'espressione dei visi. E' la vita contemporanea che emerge, la vivace presenza di popolani ritratti con precisione pungente. Nella loro concretezza e fisicità si muovono come attori sullo sfondo di uno scenario classico, inverandolo.
Il dipinto in esame è replica autografa di una veduta, firmata e datata 1736, recentemente venduta a New York da Christie's per 427.500 dollari (catalogo Christie's New York, Important Old Master Paintings, 24 gennaio 2003, lotto 64). La composizione doveva aver riscosso molto successo, perché se ne conoscono ulteriori copie, di mano di allievi: nel Columbia Museum of Art (n. CMA 24 della Kress Collection) e in collezione privata francese, poi venduta da Christie's il 23 marzo 1973. Secondo Ferdinando Arisi "il gruppetto di figure al centro fu utilizzato poi, sempre da allievi, in dipinti già della collezione Sacerdoti di Milano, ora in collezione privata a Bergamo, e della collezione Sabin di Bad Godesberg. Lo si trova anche in una composizione conservata a Tel Aviv". (F. Arisi, Gian Paolo Panini, Roma 1986, p. 409, cat. no. 357).